Professionista finanziario analizza grafici di performance di portafoglio su scrivania moderna
Pubblicato il Maggio 15, 2024

Il rendimento che ti mostra il tuo gestore è solo l’inizio della storia; la vera valutazione della sua performance si nasconde nei costi e nei conflitti d’interesse che spesso rimangono nell’ombra.

  • La maggior parte delle gestioni attive in Italia non riesce a battere il mercato una volta sottratti i costi reali, che spesso superano il 2% annuo.
  • Le banche e le reti sono strutturalmente incentivate a vendere “prodotti della casa”, creando un palese conflitto d’interesse che può erodere i tuoi guadagni.

Recommandation: Smetti di essere un cliente passivo e diventa un auditor del tuo patrimonio: richiedi documenti specifici, fai domande scomode e considera alternative realmente indipendenti, remunerate solo a parcella (fee-only).

Lei è un investitore con un patrimonio importante. Ogni anno, versa commissioni significative al suo wealth manager o alla sua banca, confidando in una gestione professionale che giustifichi tali costi. Ma quando arriva il rendiconto, tra grafici complessi e acronimi indecifrabili, una domanda sorge spontanea e scomoda: ne vale davvero la pena? Il suo gestore sta creando un reale valore aggiunto o sta semplicemente beneficiando di una rendita di posizione, a sue spese?

L’approccio comune suggerisce di guardare il “rendimento netto” o di confrontarlo con un generico indice di mercato. Queste sono platitudini pericolose, spesso utilizzate dagli stessi intermediari per mascherare una performance mediocre. Un rendimento può sembrare buono in termini assoluti, ma rivelarsi deludente se confrontato con alternative più efficienti e meno costose, come gli ETF. Il vero problema è che il sistema tradizionale è costruito su un’asimmetria informativa e su conflitti d’interesse strutturali.

E se la chiave non fosse guardare il risultato finale, ma dissezionare il processo come farebbe un auditor? Questo articolo adotta una prospettiva radicalmente diversa: le insegnerà a condurre un vero e proprio audit forense sulla gestione del suo patrimonio. Non le diremo cosa pensare, ma le daremo gli strumenti per analizzare, mettere in discussione e, infine, giudicare con oggettività. L’obiettivo è trasformarla da cliente passivo a controllore attivo e consapevole del suo futuro finanziario.

Analizzeremo la struttura dei costi, i conflitti d’interesse nascosti nei “prodotti della casa”, le differenze cruciali tra i vari modelli di servizio e come prepararsi a incontri che non siano semplici formalità, ma veri e propri consigli di amministrazione in cui lei è il presidente. Scoprirà quali domande porre, quali documenti esigere e come interpretare le risposte (e le non-risposte) del suo gestore.

Perché la gestione attiva costa il 2% l’anno (e quando li vale davvero)?

La commissione di gestione, tipicamente intorno al 2% annuo per i fondi azionari, è il prezzo che si paga per l’expertise di un gestore “attivo” che promette di battere il mercato. Questa cifra copre i costi di analisi, ricerca, stipendi del team di gestione e, naturalmente, il margine di profitto della società. Il problema sorge quando questa promessa non viene mantenuta. La gestione attiva non è un pranzo di gala; è una guerra a somma zero. Per ogni gestore che batte il mercato, ce n’è un altro che fa peggio, e l’investitore paga entrambi.

Un costo del 2% annuo può sembrare piccolo, ma l’effetto composto è devastante nel lungo periodo. Su 30 anni, può arrivare a erodere quasi la metà del potenziale rendimento del suo capitale. Quindi, quando sono soldi ben spesi? La risposta è una sola: quando il gestore genera un “alpha” – un extra-rendimento – che sia costantemente e significativamente superiore a quel 2% di costi. Non un anno su cinque, ma con una regolarità che dimostri una reale abilità e non semplice fortuna.

L’analisi dei fondi comuni italiani rivela una realtà amara. Molti fondi attivi applicano commissioni che si collocano tra l’1% e il 3,5% annuo, ma faticano a giustificarle con una performance superiore rispetto a un semplice ETF, i cui costi sono spesso inferiori allo 0,5%. La verità, da auditor, è che nella stragrande maggioranza dei casi, quel 2% non paga l’alpha, ma piuttosto la costosa rete di distribuzione della banca o dell’assicurazione che le ha venduto il prodotto. Il gestore vale davvero quel costo solo se è in grado di dimostrare, dati alla mano e su un orizzonte temporale di almeno 5-7 anni, di aver battuto il suo benchmark di riferimento in modo consistente, al netto di tutte le commissioni.

Come trovare un consulente finanziario autonomo (CFA) iscritto all’albo nella tua città?

Di fronte ai conflitti d’interesse intrinseci al mondo bancario, emerge la figura del Consulente Finanziario Autonomo (CFA), spesso definito “fee-only”. La sua caratteristica distintiva non è la bravura, ma l’indipendenza strutturale: è remunerato esclusivamente a parcella dal cliente e, per legge, non può ricevere alcuna provvigione da banche o case prodotto. Questo allinea i suoi interessi con i suoi, trasformandolo in un alleato anziché in un venditore. Trovare un vero CFA, però, richiede un piccolo audit preliminare.

Il primo e unico punto di riferimento ufficiale è l’Albo unico dei consulenti finanziari, gestito dall’OCF (Organismo di vigilanza e tenuta dell’albo unico dei Consulenti Finanziari). Qualsiasi professionista che si presenti come consulente deve essere iscritto qui. Ma attenzione, l’Albo ha sezioni diverse che indicano modelli di business opposti. Il suo compito è verificare non solo la presenza, ma la corretta sezione di appartenenza.

Ecco i passaggi pratici per condurre questa verifica fondamentale:

  1. Acceda al sito ufficiale dell’OCF (organismocf.it) e utilizzi la funzione “Ricerca nell’Albo” inserendo nome e cognome del professionista.
  2. Verifichi la sezione di iscrizione: deve essere “Consulenti Finanziari Autonomi”. Se risulta iscritto alla sezione “Consulenti Finanziari abilitati all’offerta fuori sede”, significa che è legato a una banca o a una rete e, quindi, non è indipendente nel senso “fee-only” del termine.
  3. Durante il primo contatto, chieda esplicitamente conferma del modello di remunerazione. Un vero CFA le presenterà una parcella (annuale o a progetto) e non percepirà mai un centesimo dai prodotti che le consiglierà.
  4. Verifichi che il professionista operi tramite una Società di Consulenza Finanziaria (SCF) o come persona fisica con Partita IVA, confermando l’assenza di rapporti di dipendenza o agenzia con intermediari.

Questo processo di due diligence è il primo passo per instaurare un rapporto basato sulla totale trasparenza, dove la consulenza è un servizio pagato per il suo valore e non un pretesto per vendere prodotti.

Private Banking o Family Office: quale servizio serve per un patrimonio di 5 milioni?

Con un patrimonio di 5 milioni di euro, lei si trova a un bivio. Il servizio di Private Banking, tipicamente accessibile a partire da 500.000€, potrebbe iniziare a starle stretto. Sebbene offra un referente dedicato e un accesso a prodotti più sofisticati, rimane spesso ancorato alla logica della “fabbrica prodotto” della banca di appartenenza, con i relativi conflitti d’interesse. A questo livello patrimoniale, emergono esigenze più complesse: pianificazione fiscale, passaggio generazionale, gestione di asset illiquidi (immobili, aziende), che richiedono un approccio più olistico.

È qui che entra in gioco il concetto di Family Office. In Italia, questo settore è in crescita, con dati che indicano la presenza di circa 220 family office attivi che gestiscono masse significative. Un Family Office agisce come il “direttore finanziario” della famiglia, coordinando tutti gli aspetti del patrimonio con una visione globale e, idealmente, in totale architettura aperta. Tuttavia, i costi di un Single Family Office (dedicato a una sola famiglia) sono proibitivi se non per patrimoni superiori ai 100 milioni. Il Multi Family Office (MFO) abbassa la soglia, ma può presentare nuove forme di conflitto d’interesse a seconda della sua struttura.

Per un patrimonio di 5 milioni, la soluzione più efficiente e indipendente è spesso un “Virtual Family Office”. Si tratta di un modello in cui un Consulente Finanziario Autonomo (CFA) agisce da regista, coordinando un team di specialisti esterni (fiscalisti, legali, notai) scelti tra i migliori sul mercato in base alle sue specifiche esigenze, senza alcun legame precostituito. Il tavolo seguente riassume le differenze chiave per aiutarla a orientare la sua scelta.

Private Banking vs Family Office vs Virtual Family Office
Caratteristica Private Banking Single/Multi Family Office Virtual Family Office (CFA)
Patrimonio minimo tipico Da 500.000€ Da 5-10 milioni € (MFO) / 100+ milioni € (SFO) Da 1-2 milioni €
Modello di servizio Prodotti della banca + consulenza Architettura aperta o mista 100% architettura aperta
Indipendenza Limitata (conflitti d’interesse) Variabile (dipende dalla struttura) Totale (fee-only)
Servizi offerti Principalmente finanziari Globali (finanza, fiscale, legale, successorio, arte) Coordinamento specialisti esterni
Costi Commissioni percentuali su AUM Elevati (struttura dedicata) Parcella fissa + costi specialisti
Adatto per Patrimoni medi, esigenze standard Grandi patrimoni, complessità elevata Patrimoni medio-alti, massima indipendenza

La scelta non è banale: si tratta di decidere se rimanere un cliente di punta di un grande sistema o diventare il centro di un ecosistema costruito su misura per lei. Per un patrimonio come il suo, la seconda opzione merita una seria considerazione.

Il rischio di farsi vendere “prodotti della casa” quando vai in banca

Il più grande rischio che corre affidandosi a una banca tradizionale non è la performance del mercato, ma il conflitto d’interesse istituzionalizzato. Le banche e le reti di consulenza non sono enti di beneficenza; sono aziende con budget da rispettare e prodotti da vendere. E quali sono i prodotti più redditizi? I “prodotti della casa”, ovvero i fondi comuni, le polizze e i certificati emessi da società del gruppo. Il “consulente” bancario, spesso, ha incentivi economici diretti (bonus, avanzamenti di carriera) a collocare questi strumenti, indipendentemente dal fatto che siano la soluzione migliore per lei.

Questo sistema ha portato l’Italia a una situazione paradossale: in Italia i costi dei fondi attivi sono tra i più alti d’Europa, proprio perché il mercato è dominato da un oligopolio di grandi gruppi bancari e assicurativi che controllano sia la produzione (le SGR) sia la distribuzione (gli sportelli). L’architettura non è “aperta” per servirla, ma “chiusa” per massimizzare i profitti del gruppo. Lei, l’investitore, si trova a pagare un sovrapprezzo per un prodotto che spesso potrebbe trovare in una versione più efficiente e a basso costo (come un ETF) sul mercato aperto.

Come può, quindi, smascherare questo potenziale conflitto? Diventando un auditor. Deve analizzare il suo rendiconto titoli non come un report di performance, ma come la “scena del crimine” di un potenziale conflitto di interessi. La seguente checklist le fornirà gli strumenti per un’analisi forense.

Checklist di audit forense: I 5 segnali di allarme nel tuo portafoglio

  1. Verifica la concentrazione: Più del 60% dei fondi nel suo portafoglio appartiene alla stessa Società di Gestione (SGR) legata alla sua banca? Questo è un enorme segnale d’allarme di una gestione non indipendente.
  2. Analizza il TER (Total Expense Ratio): Se il costo totale annuo supera il 2% per i fondi azionari o l’1,5% per quelli bilanciati, sta quasi certamente pagando un prezzo eccessivo. Chieda una giustificazione dettagliata.
  3. Controlla il turnover di portafoglio: Un tasso di rotazione (la frequenza con cui il gestore cambia i titoli) superiore al 100% annuo può nascondere incentivi alla compravendita per generare commissioni, piuttosto che una reale strategia di investimento.
  4. Individua i costi nascosti: Analizzi il KIID (Key Information for Investors Document) di ogni fondo. Cerchi voci come “commissioni di performance” (che possono incentivare rischi eccessivi), “spese di collocamento” e “commissioni di uscita differite”.
  5. Confronta con alternative a basso costo: Per ogni fondo attivo che possiede, verifichi se esistono ETF o fondi indicizzati che replicano la stessa strategia o lo stesso indice di riferimento. Se la differenza di costo è superiore all’1%, la gestione attiva deve dimostrare un valore aggiunto eccezionale.

Se più di due di questi punti risultano positivi, è altamente probabile che il suo portafoglio sia stato costruito più nell’interesse della banca che nel suo.

Come prepararsi all’incontro annuale col gestore per fare le domande scomode?

L’incontro annuale con il suo gestore non deve essere una cortese chiacchierata davanti a un caffè. Deve essere un’audizione formale in cui lei è il presidente della commissione e il gestore è chiamato a rendere conto del suo operato. Per fare ciò, non può arrivare impreparato. La preparazione è tutto e inizia con la richiesta e l’analisi di documenti specifici, da esigere con almeno due settimane di anticipo rispetto all’incontro. Non si accontenti dei report patinati che le propongono; richieda i dati grezzi.

L’obiettivo non è essere aggressivi, ma professionali e preparati. Il suo atteggiamento da auditor dimostrerà che lei è un cliente consapevole, che non si accontenta di spiegazioni superficiali. Questo, da solo, eleverà la qualità della relazione e del servizio che riceverà. Molti gestori non sono abituati a clienti così preparati e la sua iniziativa potrebbe spingerli a una maggiore trasparenza e diligenza.

Ecco l’elenco dei documenti fondamentali da richiedere prima di ogni incontro di revisione del portafoglio:

  • Documento 1: Rendiconto completo delle operazioni dell’anno. Non un riassunto, ma l’elenco di ogni singolo acquisto, vendita o “switch” tra fondi, con le date esatte e i prezzi di esecuzione. Questo le serve per calcolare eventuali costi di transazione e per verificare il turnover.
  • Documento 2: Dettaglio analitico dei costi per ogni strumento. Chieda un report che espliciti, per ogni fondo o polizza in portafoglio, il TER, le commissioni di performance effettivamente maturate e pagate nell’anno, e ogni altra spesa di transazione o amministrativa.
  • Documento 3: Calcolo della performance TWRR (Time-Weighted Rate of Return). Questa metrica, standard nel settore istituzionale, misura la performance del solo gestore, neutralizzando l’effetto distorsivo dei suoi versamenti e prelievi. È l’unico modo per giudicare oggettivamente l’abilità di gestione.
  • Documento 4: Confronto con il benchmark personalizzato. Richieda un grafico che mostri, mese per mese, la performance del suo portafoglio contro l’indice di riferimento (benchmark) che avete concordato all’inizio del mandato. La differenza tra le due linee è l’alpha (o il beta negativo) generato dal gestore.
  • Documento 5: Rendiconto MiFID II sui costi e oneri. Questo è un documento obbligatorio che la banca deve fornirle ogni anno. Riassume tutti i costi pagati, sia in percentuale che in valore assoluto. Lo analizzi riga per riga e chieda spiegazioni su ogni voce che non le è chiara.

Una volta armato di questi dati, potrà porre domande precise e scomode: “Perché questo fondo ha un costo del 2,5% quando un ETF equivalente costa lo 0,2%?”, “Come giustifica una performance inferiore al benchmark per il terzo anno consecutivo?”, “Perché il 70% dei prodotti in portafoglio è del vostro gruppo?”. Le risposte (o la loro assenza) le diranno tutto ciò che deve sapere.

Regime amministrato o dichiarativo: quale scegliere per non impazzire con il modello 730?

La scelta del regime fiscale per i propri investimenti è una delle decisioni più sottovalutate, ma con l’impatto più diretto sull’efficienza del suo patrimonio. Il sistema italiano offre due opzioni: il regime amministrato e il regime dichiarativo. Il primo è quello proposto di default da banche e intermediari italiani: la banca agisce come sostituto d’imposta, calcolando e versando le tasse (il 26% sulle plusvalenze) per lei. Sembra comodo, e lo è, ma questa comodità ha un costo nascosto molto elevato, soprattutto per un investitore con un patrimonio diversificato.

Il limite principale del regime amministrato è che non permette la compensazione di plusvalenze e minusvalenze tra conti o intermediari diversi. Se lei ha un conto presso la Banca A e uno presso la Banca B, e in un anno realizza una plusvalenza in A e una minusvalenza in B, con il regime amministrato pagherà le tasse sulla plusvalenza in A, senza poter utilizzare la perdita in B per ridurre l’imponibile. La minusvalenza in B rimarrà in uno “zainetto fiscale” utilizzabile solo per 4 anni e solo su future plusvalenze realizzate presso lo stesso intermediario.

Il regime dichiarativo, al contrario, le impone di riportare tutti i redditi da capitale nel Modello Redditi Persone Fisiche (non il 730). Questo richiede più lavoro (o l’aiuto di un commercialista), ma le offre un vantaggio strategico fondamentale: la visione globale e la compensazione totale. Tutte le plusvalenze e minusvalenze realizzate nell’anno solare, su qualsiasi conto in Italia o all’estero, confluiscono in un unico calderone, permettendole di ottimizzare il carico fiscale al massimo. Per un HNWI, che tipicamente ha più rapporti bancari, questa non è un’opzione, ma una necessità.

Studio di caso: Quando il regime amministrato diventa fiscalmente inefficiente

Un investitore italiano con patrimonio superiore a 100.000€ distribuito su tre conti (Banca A, Banca B, Broker estero) realizza nell’anno una minusvalenza di 5.000€ in Banca A, una plusvalenza di 8.000€ in Banca B e una plusvalenza di 3.000€ sul broker estero. Con il regime amministrato, pagherà il 26% sulla plusvalenza di Banca B (2.080€) e dovrà dichiarare quella del broker estero pagando altri 780€, per un totale di 2.860€ di tasse. La minusvalenza di Banca A non può essere utilizzata. Con il regime dichiarativo, invece, può compensare la minusvalenza totale con le plusvalenze totali (11.000€ – 5.000€ = 6.000€). Pagherà quindi il 26% solo su 6.000€, per un totale di 1.560€. Il risparmio fiscale immediato è di 1.300€. Questo scenario, frequentissimo per patrimoni elevati, rende il regime dichiarativo una scelta quasi obbligata per una gestione fiscalmente efficiente.

Scegliere il dichiarativo significa riprendere il controllo sulla fiscalità del proprio patrimonio, trasformando un potenziale salasso in un’opportunità di pianificazione strategica.

Perché i prodotti a capitale garantito hanno costi di gestione spesso superiori al 2%?

I prodotti a “capitale garantito” o “protetto” sono tra gli strumenti più venduti agli sportelli bancari, facendo leva sulla principale paura dell’investitore: perdere denaro. La promessa è allettante: partecipi ai rialzi dei mercati, ma se le cose vanno male, a scadenza ti restituiamo il capitale. Ma, come ogni auditor sa, non esistono pasti gratis in finanza. La “garanzia” ha un costo, e spesso è un costo occulto e molto salato, che si manifesta proprio attraverso commissioni di gestione apparentemente inspiegabili, superiori al 2-3% annuo.

La verità è che questi prodotti, come i certificati di investimento, non sono “magici”. Sono assemblaggi di strumenti finanziari più semplici: tipicamente un’obbligazione a zero-coupon e una serie di opzioni. La garanzia del capitale a scadenza non è altro che l’acquisto di un’obbligazione che, grazie al rendimento composto, arriverà a valere 100 alla data prevista. La parte restante del capitale viene usata per comprare opzioni call sugli indici, che permettono di partecipare ai rialzi. Ma chi paga per tutto questo?

L’investitore, ovviamente, e in tre modi diversi: attraverso un costo opportunità (il rendimento a cui si rinuncia per comprare l’obbligazione a zero-coupon), attraverso un limite ai guadagni (spesso i certificati hanno un “cap” che limita la partecipazione ai rialzi), e soprattutto attraverso commissioni esplicite esorbitanti. Come evidenziato anche da analisi della Banca d’Italia, questi prodotti presentano oneri particolarmente elevati, legati al fatto che la rete di vendita viene remunerata pesantemente all’inizio della vita del prodotto. Quel 2-3% annuo non serve a pagare una gestione attiva sofisticata, ma a ripagare la struttura di costi del prodotto e a remunerare chi lo colloca.

Studio di caso: La scomposizione di un certificato a capitale protetto

Un tipico certificato a “capitale protetto” a 5 anni venduto in Italia si compone di: (1) un’obbligazione zero-coupon che garantisce il rimborso del capitale a scadenza (il cui acquisto ha un costo implicito, pari al rendimento a cui si rinuncia), e (2) un’opzione call sugli indici azionari per partecipare ai rialzi (il cui costo è esplicito nel TER del prodotto). La “garanzia” non è altro che un’opzione put, il cui costo viene interamente pagato dall’investitore attraverso commissioni di gestione elevate (spesso del 2-3% annuo) e una partecipazione limitata ai guadagni (“cap”). In sostanza, l’investitore paga profumatamente per una protezione che potrebbe, in molti casi, costruire da solo in modo molto più efficiente, ad esempio combinando un BTP a scadenza e un ETF azionario.

Prima di sottoscrivere un prodotto a capitale garantito, l’unica domanda da porsi è: “Quanto mi costa, in termini di commissioni esplicite e di rendimenti mancati, questa garanzia?”. Spesso, la risposta renderà la decisione molto semplice.

Punti chiave da ricordare

  • Una commissione di gestione attiva superiore al 2% si giustifica solo con una sovraperformance (alpha) costante e dimostrabile rispetto al benchmark, un’eventualità rara nella realtà dei fondi italiani.
  • Il rischio maggiore nella finanza tradizionale non è il mercato, ma il conflitto d’interesse: le banche sono incentivate a vendere “prodotti della casa” più costosi e meno efficienti.
  • La soluzione è passare da cliente passivo ad auditor attivo: richiedere documenti analitici, fare domande scomode e considerare alternative indipendenti a parcella (fee-only) per un vero allineamento di interessi.

Quale asset allocation è ideale per un quarantenne italiano con propensione al rischio media?

Questa è la domanda da un milione di euro, e chiunque le dia una risposta secca (“60% azioni, 40% obbligazioni”) la sta trattando con superficialità. Un’asset allocation efficace non è una formula magica, ma un abito sartoriale cucito su misura non solo sulla sua età e propensione al rischio, ma anche sui suoi obiettivi, orizzonte temporale e, soprattutto, sulla sua disciplina emotiva. Come auditor, il mio compito non è darle un portafoglio, ma spiegarle i principi per costruirne uno robusto e a prova di errore umano.

La finanza comportamentale dimostra che le decisioni di investimento sono guidate da un condensato emotivo di paure, avidità e rimpianto, con bassa attività nelle aree cerebrali della pianificazione razionale

– Ricerche in neurovendita con tomografie a positroni, Neurovendita – Studi sul comportamento degli investitori

Questa citazione è fondamentale: il peggior nemico del suo patrimonio non è il mercato, ma lei stesso. L’obiettivo primario di un’asset allocation non è massimizzare i rendimenti, ma costruire una struttura che le permetta di rimanere investito durante le tempeste, evitando di vendere ai minimi e comprare ai massimi. Per un quarantenne italiano, questo si traduce in alcuni principi chiave:

  • Orizzonte Temporale Lungo: A 40 anni, ha ancora almeno 20-25 anni di orizzonte di investimento prima della pensione. Questo è il suo più grande vantaggio e le permette di allocare una parte significativa del portafoglio (dal 50% al 70%, a seconda della tolleranza al rischio) all’azionario globale, l’unica asset class che storicamente ha fornito una protezione reale dall’inflazione nel lungo periodo.
  • Diversificazione Globale e a Basso Costo: L’errore comune dell’investitore italiano è l'”home bias”, ovvero una concentrazione eccessiva su titoli e BTP italiani. Una strategia robusta deve essere globalmente diversificata. Il modo più efficiente per farlo è attraverso ETF a basso costo (con TER inferiori allo 0,3%) che replicano indici mondiali (come l’MSCI World) o regionali (S&P 500, MSCI Europe).
  • La Componente Obbligazionaria: La parte obbligazionaria (30-50%) non serve a cercare rendimenti, ma a fungere da stabilizzatore durante i crolli azionari, fornendo liquidità e riducendo la volatilità complessiva del portafoglio. Titoli di stato di alta qualità (tedeschi, americani) e obbligazioni societarie investment grade, sempre tramite ETF a basso costo, sono la scelta più logica.
  • Automazione e Disciplina: L’asset allocation ideale è quella a cui non deve pensare. Imposti un piano di accumulo mensile (PAC) automatizzato sui suoi ETF scelti e si impegni a fare un ribilanciamento (riportare le percentuali al loro peso originale) solo una volta all’anno. Questo la proteggerà dal prendere decisioni emotive basate sulle notizie del giorno.

In sintesi, l’asset allocation ideale per lei è quella che massimizza la diversificazione globale, minimizza i costi e, soprattutto, automatizza la disciplina, lasciando il minor spazio possibile al “condensato emotivo” di cui parla la neurofinanza.

Per consolidare una strategia a lungo termine, è essenziale riesaminare e comprendere a fondo i principi di una corretta asset allocation.

Scritto da Elena Valli, Elena Valli è una Consulente Finanziaria Indipendente (CFA Charterholder) specializzata in Asset Allocation strategica. Dopo un decennio nella City di Londra come analista quantitativa, oggi aiuta gli investitori italiani a navigare i mercati globali. Si occupa principalmente di ETF, obbligazioni governative e strategie di copertura dai rischi di mercato.